Chi era Arturo Ghergo?

Nato a Montefano (Macerata), nel 1901, Arturo Ghergo apprende i rudimenti della tecnica fotografica nello studio del fratello Ermanno e nel 1929 giunge a Roma, con il proposito di affermarsi come il miglior fotografo della Capitale. Nonostante i mezzi economici siano inadeguati, riesce ad aprire uno studio nella centralissima via Condotti e a farsi conoscere nell’ambiente dell’alta società romana come ritrattista raffinato e originale, anche grazie ad una tecnica di ripresa e di successiva manipolazione delle immagini di straordinaria qualità. Fotografa esclusivamente nel formato 18×24 cm, con una macchina in legno e un obiettivo Hermagis. Il grande formato gli permette di manipolare l’immagine direttamente sul negativo.

Nel 1932 partecipa alla Prima Biennale Internazionale d’Arte Fotografica, allestita nei saloni di Palazzo Venezia, con otto immagini selezionate da una giuria altamente qualificata. Sarà l’unica pubblica esposizione di tutta la sua carriera.

Dalla metà degli anni Trenta è il ritrattista prediletto dall’aristocrazia romana e dal mondo cinematografico. Praticamente tutti i divi di Cinecittà passano dallo studio di via Condotti 61, per esigenze legate alla produzione dei film di cui sono protagonisti, ma anche per vezzo personale. Tale è infatti il riconoscimento ottenuto da Ghergo nel suo ambiente: un riconoscimento che non verrà mai meno, anche quando il nuovo gusto iconografico incarnato dalla cultura neorealista imporrà sui mezzi di comunicazione una nuova fotogenia, più nature, in netta contrapposizione con quella proposta dal ritratto di studio.

Nella produzione di Ghergo, accanto alla ritrattistica, trovano posto le immagini di moda: una specialità fotografica in quegli anni poco o nulla praticata, e di cui egli risulta indubbiamente un precursore.

Da quando, intorno ai primi anni Cinquanta, Ghergo inizia a utilizzare il colore si intensifica il già proficuo rapporto con la casa di produzione di materiale fotografico Ferrania, che già aveva utilizzato alcune sue immagini per il proprio catalogo di carte da stampa. Per la Ferrania produrrà, sempre a colori, anche molte immagini pubblicitarie, che l’azienda utilizza per realizzare cartoline promozionali d’auguri e cartelloni pubblicitari di grande formato.

A metà degli anni Cinquanta, in quelli che saranno gli ultimi anni della sua vita, decide di dedicarsi con trasporto alla pittura di cui ci restano pochi ma apprezzabili esempi. Si ammala nel 1958, arrestando progressivamente l’attività. Muore a Roma nel gennaio 1959.

Alla sua morte la moglie Alice prima e la figlia Cristina poi proseguiranno l’attività dello studio, che verrà definitivamente chiuso nel 1999.

 

Gran mondo e Moda

«Un giorno capita in studio una ragazza molto magra, bellissima, sofisticata, proprio il soggetto che si addice al suo gusto e alle sue esigenze estetiche. Le foto ottengono un notevole successo nel mondo cui appartiene la ragazza, il cosiddetto “gran mondo” di Roma, e questo fa nascere la lunga serie dei “ritratti di Ghergo”, inconfondibili per lo studio delle luci e per l’espressione del viso e dello sguardo del soggetto.

Alice Barcinska Ghergo

 

Arturo Ghergo fotografa le principesse come se fossero dive del cinema e le dive del cinema come se fossero principesse. In questa semplice equazione si può riassumere la sostanziale novità dell’approccio di Ghergo al ritratto celebrativo. È proprio la compenetrazione di questi due mondi, separati per censo, ma evidentemente riunificati da una nuova e più allargata concezione di jet set, che consente a Ghergo di configurare uno stile unitario e di applicarlo senza sostanziali soluzioni di continuità, sia che il soggetto fosse la diva del momento, da esibire sulle pagine patinate dei settimanali popolari, sia che fosse una rampolla della “nobiltà nera”, desiderosa di aggiornare la propria immagine in ossequio a nuovi e meno rigidi costumi sociali. Spesso, per queste ultime, l’occasione è costituita da un abito indossato in veste di testimonial per le nascenti case di moda – Fontana, Gabriella Sport, Galitzine, Simonetta, Carosa, Botti, Ventura, Gattinoni – ed è allora ancora più facile abbandonarsi al glamour tipico della fotografia haute couture, imitando le pose delle modelle viste su “Vogue” o su “Harper’s Bazaar”. Le sue modelle porteranno così i nomi altisonanti del “gran mondo”, saranno una giovanissima Marella Caracciolo, non ancora signora Agnelli, Consuelo Crespi, Mary Colonna, Josè del Drago, Irene Galitzine, Mariella Dentice di Frasso, Domitilla Ruspoli, in un immaginario défilé di all star della mondanità.

Claudio Domini

 

Arturo Ghergo seppe dare un’immagine a questi fermenti divenendo il pioniere non solo della glamour photography ma anche della foto di moda italiana nonostante in quegli anni e nel successivo dopoguerra mancassero totalmente le riviste specializzate (e men che mai paragonabili a quelle nate nei paesi anglosassoni), svolta che avvenne negli anni sessanta e fu preceduta unicamente dall’apparizione delle pubblicazioni femminili. A dispetto di queste difficoltà, in pochissimo tempo Ghergo creò un look unico, sintesi di sofisticata classicità, gusto infallibile e coraggiose innovazioni, che aveva i primi spazi mediatici in riviste come “Gran Mondo”, dedicate alla vita dell’alta società e nei cineillustrati su divi e divine del grande schermo.

Massimo Di Forti

 

Dive e divi

 

Negli anni dell’autarchia, l’enorme incremento della richiesta da parte dell’industria cinematografica italiana, corrisponde per Ghergo ad una lunga stagione di riconoscimenti professionali, riscontrabili attraverso le molte immagini pubblicate su un gran numero di riviste, per un elenco di attrici e attori che coprono praticamente tutto lo star system nazionale, da Isa Miranda a Mariella Lotti e poi Leda Gloria, Alida Valli, Marina Berti, Assia Noris, Maria Denis, Marisa Merlini, Valentina Cortese, Clara Calamai, Doris Duranti, Isa Pola, Paola Barbara, Adriana Benetti, Carla Del Poggio, Carla Candiani, Lea Padovani, Jole Voleri, Elli Parvo, Vivi Gioi, Vera Carmi, Massimo Serato, Rossano Brazzi, Amedeo Nazzari, Massimo Girotti, fino a tutti gli anni Cinquanta con Sophia Loren, Silvana Pampanini, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano, Vittorio Gassmann. Sono solo i nomi più eclatanti di un catalogo che non sfigurerebbe troppo con quello del Don Giovanni mozartiano, soprattutto se consideriamo accanto a questi anche tutti i nomi delle innumerevoli aspiranti star che sfilano davanti al suo obiettivo in quegli anni, tutte “trattate” con identica perizia professionale, trasfigurate dal Ghergo’s touch, in sofisticate entità semidivine. Per tutti, essere fotografati da Arturo Ghergo, aveva certo anche valore di affermazione personale, una sorta di elezione sociale e culturale da cui trarre beneficio non solo pratico, ma anche spirituale.

Non v’è dubbio che il soggetto femminile sia per Ghergo il prediletto, quello in cui meglio esprime tutto il suo fervore creativo, lo zelo compositivo, il carisma del metteur en scene.

L’approccio di Ghergo al ritratto, a prescindere se il soggetto sia o meno appartenente al mondo dello spettacolo, si fonda sempre su modelli fotogenici di derivazione divistica, in cui può esprimere appieno la sua formula iconografica, codificabile nelle sue linee guida attraverso alcuni specifici elementi fondanti: prevalenza di primo piano, focalizzazione sullo sguardo, accurata composizione geometrica su direttrici diagonali, assenza di elementi scenografici, gestualità sapientemente coreografate, composta eleganza delle pose. Il risultato prefisso è quello di conferire all’effigiato quell’alterità indispensabile a renderlo una pura icona, immateriale concrezione di sostanza luminosa. Gli espedienti retorici sono esclusivamente affidati proprio alla luce, avvolgente, misterica, a volte vagamente simbolica. Il resto lo fa il ritocco manuale, vero e proprio intervento di chirurgia estetica, materialmente eseguito sulle carni vive della pellicola fotografica e poi dissimulato con ulteriori espedienti pittorici, e sapienza d’alchimista. I fianchi e le braccia si sfinano, i seni si sollevano, la pelle diventa liscia come seta, gli occhi brillano di una luce profonda, soprannaturale…

Claudio Domini