Mostra Fotografica ‘Da Vicino’ Di Daniele Duca – 25 Settembre 2021 / 9 Gennaio 2022
Arena Sferisterio, Macerata

Quella sottile oggettività

Gli oggetti di Daniele Duca vivono di una sintesi assoluta, persi in uno spazio indefinito e privi della loro dimensione letterale, in funzione di un processo in cui la luce tutto sembra trasformare sul piano fotografico.
La sua è un’opera silente che prevede l’uso di elementi privati del loro contesto e quindi capaci di diventare nature morte contemporanee. Soggetti freddi e inanimati diventano protagonisti di una nuova figurazione, perché raccolti all’interno di una precisa traiettoria che, non solo prende le distanze dalle classiche rappresentazioni dello still–life, ma che riporta a quella dimensione poetica tanto cara ad Andrè Kertesz.
Grucce, penne, trame di tessuti si alternano ad alimenti come pasta e peperoni, evocando un misterioso altro, attraverso cicli visivi in cui vengono mostrati oggetti di una classica semplicità, ridisegnati in un ambiente rarefatto e avvolgente, sublimato da un chiaroscuro ruvido e materico.
Sono immagini in cui non conta la riconoscibilità e dove i protagonisti sono pretesti visivi di un gioco fatto di allusioni ed esclusioni, con pensieri che si avvicinano alle esperienze dell’astrazione pittorica.
Classe 1967, Daniele Duca si occupa da sempre di immagini e di advertising, senza mai mancare all’appuntamento con le sue ricerche personali, oggi raccolte in cinque sezioni: Estensione, Moto Contrario, Proximity, Pasta e Amanti Piccanti e già pubblicati come monografie per i tipi di Alinari.
L’idea di Daniele Duca contiene una grande portata di intimità e accompagna l’osservatore in un modo silente in cui la consistenza, il ritmo, i riflessi e i passaggi tonali del bianco e nero sono i veri interpreti di una storia interiore capace di far dimenticare l’ossessione del riconoscimento a favore della libera interpretazione.
Dalle tracce alle trame. Dalle cose a ciò che fa accadere le cose. Attenzione alle domande e non alle risposte. Sono questi gli ingredienti di nuova sintassi della fotografia. Il racconto di Daniele Duca procede per continue aperture e coinvolge lo spettatore con una richiesta: quella di completare autonomamente la visione, di chiudere quel cerchio di apparenze e trasformarlo in un sentimento.
Insomma, quella di Daniele Duca è una ricerca che trova radici importanti nella cultura italiana e in particolare in quella di Franco Vimercati, nelle sue serie dov’è evidente la volontà di eliminare un’oggettualità descrittiva dei soggetti fotografati.
“Io sono la lastra, ho bisogno di poca luce, di un sospiro, un soffio di luce” afferma Vimercati nel sottolineare l’assenza descrittiva dei suoi pochi soggetti fotografati – solo una ventina tra cui la zuppiera, sua indiscussa protagonista – nella volontà di riuscire a svelare l’invisibile attraverso una percezione del tempo illimitata. Negli anni Settanta del Novecento, Franco Vimercati aveva realizzato degli scatti seriali, che chiedevano una partecipazione attiva dello spettatore. È proprio quella “ripetizione” – che nel significato della parola stessa porta alla possibilità di una “rilettura” dell’oggetto – che permette di vedere l’invisibile quotidiano con una differente percezione.
E anche gli oggetti scelti da Daniele Duca assumono così altre forme, richiamando quel mondo del design a cui egli appartiene.
Cucchiai come alberi, un soffione doccia che diventa improvvisamente un serpente, forbici che sembrano occhi. Immagini in cui, anche quando non è evidente un preciso riferimento, le luci giocano con le ombre e fanno apparire ciò che vogliamo vedere.
Risulta poi evidente il legame tra Duca e Giorgio Morandi. Il pittore bolognese sceglie le sue nature morte come pretesto necessario per restituire volumi, forme e luce, rendendo tutto appena visibile solo con diverse gradazioni tonali o talvolta dipingendo silhouette vuote in dissolvenza sullo sfondo, mediante tenui ombreggiature.
Bottiglie, tazze, caffettiere, forme ovoidali sono gli stessi protagonisti di Daniele Duca. Forchette che si abbracciano, peperoni che mutano in primule, spaghetti che si perdono nei fondali scuri per esplodere come fuochi d’artificio, pasta fresca come onde del mare.
È una sottile oggettività dove ogni cosa è enfatizzata dal perfetto disegno e dall’essenzialità grafica, nel tentativo di contagiare il nostro pensiero e suggestionarlo.
È una provocazione iconica per l’epoca che stiamo vivendo, in cui siamo abituati a guardare immagini elaborate, didascaliche, talvolta così contorte visivamente da non lasciare spazio al pensiero, che si perde in un labirinto di soggetti.
“Reinventare il reale come finzione, perché il reale è scomparso dalla nostra vita” dichiara Jean Baudrillard, filosofo e sociologo francese di formazione tedesca, per sottolineare come un’omologazione della visione di massa sia capace di rendere il reale molto meno interessante dell’iperreale.
In un mondo tecnologico e multimediale, in cui i mass media si fanno portatori di una nuova dimensione caratterizzata da un flusso costante di immagini, la visibilità eccessiva porta lo spettatore a estraniarsi, ad assopire il proprio sguardo e a far svanire la percezione di pensiero e memoria.
Ce lo ricorda con chiarezza e provocazione Erik Kessels in Photography is Abundance. L’autore rappresenta artisticamente una sovrabbondanza di immagini, circa un milione e mezzo, attraverso un’istallazione di fotografie capaci di soggiogare lo spettatore e di provocare in lui uno sgomento claustrofobico piuttosto che curiosità o interesse.
Differente è lo sguardo di Daniele Duca che, attraverso la trasparenza dei suoi soggetti, cerca di liberarci, proponendo la fascinazione del dubbio e dell’ambiguità.
Il nostro occhio riconosce facilmente le sue immagini, ma subito dopo il seme dell’incertezza si trasforma in curiosità e desiderio di andare oltre, per leggere nuove forme e volumi attraverso i piani compositivi e le modulazioni tonali.
Il fotografo ci dona la possibilità di scegliere i contenuti e ci rende così capaci di immaginare.
La sua fotografia si diverte a mettere in scena ciò che noi desideriamo.
La memoria e il desiderio divengono qui una nuova verità alla quale, finalmente, possiamo anche non credere.

Denis Curti

Bio di Daniele Duca

Daniele Duca è nato ad Ancona nel 1967.
Da oltre 25 anni si occupa di fotografia e pubblicità per una delle più importanti case farmaceutiche italiane e collabora con le più prestigiose Agenzie di pubblicità.
Si è avvicinato al mondo fotografico grazie a una Ferrania gialla e celeste, presa dalla nonna materna con i punti della Mira Lanza all’età di 10 anni. Ha esposto in diverse località, tra le quali più volte presso Ikona Gallery di Venezia, diretta dalla signora Živa Kraus. Ha esposto una sua personale dal titolo “Expo 2015: la pasta come architettura nelle fotografie di Daniele Duca” presso il FAB, Architectural Bureau di Milano con la curatela di Angelo Maggi. Una sua personale è stata presentata a Trieste nel 2018, presso l’Alinari Image Museum con una serie dedicata ai peperoni. Altre personali sono state ospitate presso la galleria Still di Milano e presso la Casa dei Tre Oci Di venezia, nel 2020.
È stato vincitore della 22a Biennale Internazionale dell’umorismo nell’Arte nel 2003, nella sezione dedicata all’advertising.
Nel 2010 viene nominato Accademico dei Georgofili di Firenze per aver illustrato un volume sulla razza bovina Chianina. Sempre nel 2010 ha vince il Premio Internazionale “I marchigiani dell’anno”, per la sua opera fotografica.
E’ giornalista e padre di due figli.